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20/09/2017 | 08:48

I provvedimenti cautelari eseguiti dai militari dell'Arma dei Carabinieri di Brindisi su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Tra i reati contestati associazione di tipo mafioso e concorso in omicidio.


Una pattuglia dei Carabinieri


Brindisi. Questa mattina i Carabinieri di Brindisi, nell’intera provincia di Brindisi e in quella della limitrofa Lecce, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – emessa dal GIP del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti di 50 indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso in omicidio, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegali di arma da fuoco e spaccio di sostanze stupefacenti, tutti i reati sono stati commessi con l’aggravante del metodo mafioso. 

L’indagine, avviata dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Brindisi nel settembre 2012 a seguito dell’omicidio di Antonio Presta, figlio di un collaboratore di giustizia, ha consentito, mediante attività tecniche, di identificare l’autore presunto dell’omicidio. Delineando, inoltre, l’organigramma e gli assetti organizzativi territoriali della cosiddetta frangia “mesagnese” della Sacra Corona Unita. Identificati i sodali di due articolate associazione finalizzate al traffico illecito di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana) con basi operative, rispettivamente, nei comuni brindisini di San Donaci e Cellino san Marco. Benito Clemente e Antonio Saracino sarebbero gli autori dell’attentato dinamitardo perpetrato il 19 dicembre 2012 in pregiudizio di un immobile di proprietà del Comandante della Stazione di San Donaci, Luogotenente Francesco Lazzari. Si ipotizza che il movente fosse riconducibile all’intensificazione dell’attività repressiva messa in atto.

Le attività d’indagine, come accennato, furono avviate in conseguenza all’omicidio di Antonio Presta, verificatosi a  San Donaci lo scorso settembre 2012. Sin dalle prime fasi delle indagini – secondo quanto sostenuto dagli investigatori –risultava molto probabile che l’omicidio dovesse essere collegato alla gestione delle attività illecite, in particolare la piazza di spaccio, perpetrate nei territori di San Donaci e Cellino San Marco. È stato appurato infatti che Antonio Presta, unitamente alla sorella Daniela e con l’avallo dell’allora convivente di quest’ultima, Pietro Solazzo (in quel periodo detenuto), stessero assumendo il predominio per la gestione del traffico di sostanze stupefacenti a Cellino San Marco, tentando di scalzare Carlo Solazzo, (fratello di Pietro e all’epoca a capo di una compagine criminale dedita allo spaccio di stupefacenti in quel comune).

In tale contesto, è stato sostenuto dalle forze dell’ordine che il 15 agosto 2012 Antonio Presta, unitamente alla sorella Daniela, avrebbe incendiato proprio un’abitazione di Carlo Solazzo, approfittando di un periodo di assenza di quest’ultimo e della sua famiglia. Proprio in conseguenza di questo incendio, Carlo Solazzo, il 5 settembre successivo, unitamente ad un altro individuo che non è stato possibile individuare, si sarebbe reso responsabile dell’omicidio di Antonio Presta.  

Le successive indagini hanno consentito di individuare gli esponenti di due gruppi criminali inseriti in contesti mafiosi, operanti nei comuni di San Donaci e Cellino San Marco, facenti capo rispettivamente a Piero Soleti ed ai fratelli Carlo e Pietro Solazzo, detti “cacafave”, operanti nel settore del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e che si avvalevano anche della disponibilità di armi da fuoco per imporre la loro egemonia in quei territori. Invero, Pietro Solazzo, dopo la sua scarcerazione avvenuta nel febbraio 2013, era entrato inizialmente in contrasto col fratello Carlo per poi riappacificarsi e rientrare a pieno titolo nella compagine criminale.
I gruppi sandonacese e cellinese, attraverso i rispettivi capi e collaboratori, operavano in simbiosi e nel pieno rispetto territoriale, evitando pericolose sovrapposizioni e sconvenienti disaccordi. Si era creato, anzi, una sorta di mutuo soccorsotra essinella gestione delle illecite attività, ma anche nel commettere atti intimidatori, come quello ai danni dell’abitazione del Comandante della Stazione Carabinieri di San Donaci (commesso da Benito Clemente e Antonio Saracino) sia che trattasse di approvvigionare droga per le rispettive piazze di spaccio.

I due gruppi criminali concentravano le loro energie nell’espansione dei propri interessi attraverso nuove alleanze e canali di approvvigionamento di sostanze stupefacenti in particolare per l’acquisto della cocaina, da immettere sul mercato con enormi vantaggi economici per entrambi. L’assenza di lotte intestine favorivano lo sviluppo delle attività criminali dei due gruppi consentendo agli appartenenti di trarne agevole sostentamento, anche per quelli detenuti e per i loro nuclei familiari. Pietro Soleti, capo indiscusso del sodalizio di San Donaci, si avvaleva di Floriano Chirivì (poi detenuto e sostituito dal suo fedele Antonio Saracino) e Benito Clemente. Questi, attraverso un club di San Donaci, gestivano il mercato dello spaccio di sostanza stupefacente. Proprio a di fronte al locale – luogo di incontro e di spaccio – è stato consumato l’omicidio di Antonio Presta.
Altro interesse del gruppo di San Donaci erano le armi, reperite per il tramite del cittadino slavo Gennaro Hajdari, alias “Tony Montenegro”, che le faceva giungere dall’Est Europa.

Il gruppo di Cellino San Marco, come detto guidato dai fratelli Solazzo, si avvaleva dell’operato di Marco Pecoraro e Saverio Elia e di una capillare rete di spacciatori, i quali spacciavano cocaina sia nel centro abitato di Cellino San Marco (per le vie del paese, presso la sala giochi denominata e presso altri esercizi pubblici) e sia nei paesi limitrofi (Guagnano). La droga veniva approvvigionata da vari canali, naturalmente Torchiarolo, ma anche Oria, Brindisi e Lecce.

Con l’operazione di oggi, che ha stato inferto un nuovo duro colpo alla criminalità organizzata brindisina, si è confermato quanto già emerso in precedenti indagini in particolare la volontà dei gruppi criminali di operare in armonia senza giungere a scontri ma cercando di collaborare nonché  il ritorno al rito di affiliazione.




Autore: A cura della Redazione

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